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Author Archives: pillaccia

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E quindi…

non avrei saputo esprimerlo meglio di così e quindi ribloggo…

After Zen

E quindi ce l’avete con i profughi, perché vengono qui e li mantiene lo stato con i nostri soldi e vivono negli alberghi con la wifi senza fare niente tutto il giorno e si lamentano del servizio e se vai nel loro paese devi rispettare le loro regole.
Ce l’avete con i terroni che vengono dal sud a rubarvi il lavoro e le donne e le macchine e portano la criminalità perché fino a quando non c’erano loro a casa vostra manco parcheggiavano in doppia fila, poi il degrado, signora mia.
Ce l’avete con i froci che si vogliono sposare e magari vogliono dei figli e non vogliono essere considerati normali perché SONO normali, ma non esiste, cioè per carità possono fare quello che vogliono, ma lo dovrebbero fare a casa loro, nella sicurezza delle loro camere cos’è ‘sta cosa che si vogliono baciare in pubblico?
Ce l’avete con gli stranieri che se…

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E’ disponibile la seconda raccolta di “Racconti presi nella rete”

racconti-presi-nella-rete-2Qualche tempo fa ho avuto una sorpresa. Nascosto in mezzo a decine di messaggi lavorativi  ne ho ricevuto uno diverso da tutti gli altri. Veniva da malosmannaja e  mi diceva che non aveva altro modo per mettersi in contatto con me se non il mio semi-abbandonato blog e che, se non mi fosse dispiaciuto, avrebbe pubblicato il racconto “La visita” in un’antologia di racconti pescati in rete. E’ un modo bello, quello di malos e dei suoi amici, di pescare, raccogliere e condividere racconti presi, e altrimenti forse persi, nelle pieghe della rete e io ho aderito con entusiasmo all’iniziativa. e poi ho ringraziato malos. per avermi regalato un sorriso in un momento molto complicato della mia vita. e per avermi fatto tornare la voglia di riaprire il blog. merito anche di un’altra persona molto speciale.

e così sia 🙂

scusate lo sfogo

c’è qualcosa di perverso nell’animo umano. c’è chi non si accontenta di aver arraffato tutto ciò che poteva arraffare  e imperterrito si accanisce a denigrare chi  è stato già deprivato di tutto. come se non bastasse mai.

tu parti da zero. credi ad un progetto, un’idea. la sviluppi. la crei. parti da un foglio bianco,  una stanza in due e ti ritrovi in un un ufficio in dieci. viene fuori una bella cosa. due linee editoriali, tre riviste, dieci convegni, numerosi volumi. in breve: un bel posizionamento di mercato.

dopo quattro anni, la merda.

il tuo socio, quello che ti ha tirato dentro questa avventura, quello che ti faceva ponti d’oro (metaforici perché chiaramente tutto questo ha comportato sacrifici economici enormi!), quello che “tu sei l’unica”,  ormai  ce la può fare da solo. può arraffare tutto. basta tirare dentro persone capaci a curare quello che tu, dal niente hai creato, e il gioco è fatto. il giocarello è tutto suo.

due mesi di soprusi, sopraffazione e vita impossibile. mobbing trasversale si chiama.

finché un giorno ti ritrovi a pensare che, piuttosto, è meglio a casa.

e non si può spiegare quello che si prova. ed è indicibile la tristezza, l’amarezza, lo scoprire che quelli che fino ad un giorno prima ritenevi amici, ti voltano le spalle.

non servi più, quello che dovevi fare l’hai fatto. ora spostati.

ha ragione Molière, quando dice Odio gli uomini tutti: gli uni perché malvagi e di cattive azioni; gli altri perché ai malvagi mostrano compiacenza, E non hanno per essi quell’odio vigoroso che il male deve sempre destare negli onesti.

Il Potere delle Parole

possiamo tentare di esprimere le stesse cose in tanti modi e non sempre efficaci.
a volte però, se usate bene, le parole hanno un potere incredibile

La luce

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E’ molto tempo che sono rinchiuso qua dentro, non capisco dove, né so come ci sono arrivato. so soltanto che non ci si sta troppo male; è molto buio e ogni tanto fa un gran caldo, ma non manca il cibo: anzi, per i miei gusti ne arriva anche troppo.

Il tempo però passa molto lentamente: sono tutto raggomitolato su un fianco e non mi posso quasi muovere; ricevo spesso degli scossoni che mi fanno sussultare perché non ne capisco la provenienza e in quei momenti rimango tutto teso ad ascoltare quello che succede fuori: sento persone che parlano (forse di me!) ma non riesco a captare altro che mormorii confusi, risatine, piccole grida…non capisco niente.

La sensazione più brutta è proprio quella di non sapere quello che sta succedendo, è per questo che spesso provo una gran paura.

C’è una parte della giornata che passa sempre molto tranquillamente: chi mi custodisce e sorveglia, in quelle ore, probabilmente dorme e così riesco a rilassarmi quasi completamente senza pensare più a nulla.

Al termine di questo periodo generalmente sento da fuori un suono continuo, quasi fastidioso: dopo poco si interrompe e anche la mia tranquillità finisce; iniziano nuovamente gli scossoni e la tensione si impossessa un’altra volta di me. Cosa succederà?

Quando riesco a rimanere fermo è come se mi sentissi al sicuro, quando mi muovono, invece, divento rabbioso perché non sono io a farlo, non è un atto generato dalla mia volontà.

Ho comunque imparato a conoscere le abitudini di chi mi custodisce; sono addirittura in grado di prevenire le sue azioni dal momento che si ripetono continuamente.

Non mi è dato di vedere ma posso intuire; anzi forse è molto meglio avere solo la capacità di viaggiare con la fantasia e non rendersi effettivamente conto delle cose.

Io ho la possibilità di interpretare ogni suono proveniente dall’esterno a mio piacimento, così tutto quello che non vorrei sentire non lo sento, o meglio lo immagino come voglio.

Stavo dicendo che oramai mi sono abituato a questa strana situazione e quasi mi piace; a quel lungo periodo di tranquillità segue quasi sempre lo scossone più grosso e quello è senz’altro il momento più brutto di tutta la giornata; mi agito finché non trovo il modo di riassestarmi completamente.

Fare questo diventa ogni giorno un po’ più facile perché mi accorgo che anche io cambio qualcosa periodicamente e progredisco: oggi sono riuscito a muovere tutte e due le gambe, il che mi ha agevolato nel ritrovare la mia posizione. Inoltre anche i mie organi acustici devono aver subito qualche cambiamento perché adesso riesco quasi a distinguere i diversi suoni e i rumori che provengono dall’esterno.

Oltre alla paura e alla rabbia mi accompagna costantemente tanta curiosità; voglio assolutamente scoprire che razza di luogo è questo e chi sono le persone che mi circondano. Ma nessuno sembra si occupi troppo di me. Solo ieri, dopo una serie di sballottamenti, c’è stata una novità: sentivo battere colpetti regolari sulla parete che mi circonda, alternati a brevi periodi di silenzio. All’inizio mi sono subito ritratto, avevo paura; poi ho capito che la parete che mi protegge non può essere sfondata e mi sono tranquillizzato, ma rimaneva il fatto che quello non era mai successo e sentivo che qualcosa di strano stava accadendo. Dopo mesi e mesi, quando mi ero appena abituato a sentire familiari anche i più piccoli rumori, ecco nascere nuove paure sempre dovute alla consapevolezza di non sapere.

Nell’ultimo periodo quasi tutti i momenti sono diventati tranquilli come inizialmente lo erano solo poche ore. In fondo all’anima, comunque, avevo la certezza certezza che da un momento all’altro sarebbe cambiato qualcosa nella mia esistenza, e così è stato.

Io stesso tentavo disperatamente di uscire da quella trappola e questo sforzo era aiutato dalla certezza che qualcun altro lo voleva. Un bel giorno, un po’ per mia stessa volontà, un po’ perché ci sono stato costretto, è successo: dopo nove mesi, per la prima volta, ho visto la LUCE.

c’è stato un giorno…..

C’è stato un giorno di quelli che ti cambiano per sempre.

Di quelli che c’è un prima e un dopo.

Che niente è più lo stesso, nel bene e nel male.

Questo video lo dedico a una persona che quel giorno c’era.

La visita

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Tra una settimana sarò lì, passerei volentieri una
serata insieme a voi. Magari a cena … –

Appesa al filo del telefono, raggiante, Enrica aveva
accolto con entusiasmo la proposta di Alessandro e prima
ancora di avere attaccato la cornetta, aveva già iniziato
il conto alla rovescia, come era solita fare da bambina
prima di ogni grande evento.

Da più di un anno lei e sua sorella non vedevano il
nipote e quella telefonata, così inattesa e insperata,
aveva di colpo trasformato una giornata dalle premesse
tanto monotone, così uguale alle altre da confonderle
tutte nella mente, in qualcosa da raccontare. E da fare.
Doveva immediatamente avvisare Antonia – come al
solito la noiosa doveva essere in giardino da ore a curare le sue
stupide rose – e iniziare a pensare al da farsi.

A cena, aveva detto Alessandro. Ma chissà se da solo o con
moglie e figli; si era dimenticata di domandarlo. Non avrebbe fatto
differenza, l’importante era che ci fosse lui e poi i bambini
portano tanta allegria. La moglie, a dir la verità, non l’aveva
mai potuta sopportare, così supponente, altezzosa.

Sembrava si concedesse tutte le volte – rare – che andava a trovarle. Certo doveva essere una bella noia andare a trovare due zitelle ottantenni, rimuginava Enrica più per tacitare la coscienza e cacciare i brutti pensieri che per reale convincimento.

In fondo lei e sua sorella avevano una vita intera da raccontare, magari non densissima di avvenimenti ma per lo meno lunga e soprattutto passata vicino ad altre esistenze più interessanti della loro.

Enrica e Antonia vivevano insieme da sempre. Era
semplicemente capitato così. Era capitato che nascessero
quasi un secolo prima nella stessa e numerosa famiglia;
era capitato che solamente loro due, fra tutte le sorelle e
i fratelli, non si fossero mai sposate; ed era capitato,
allora, o forse era stata una scelta – l’unica – di cercare
di allontanare quel doloroso senso di vuoto unendo le
loro solitudini.

Un connubio ben riuscito, a conti fatti, in cui la
tranquillità e la pacifica convivenza avevano quasi
sempre avuto la meglio su piccoli rancori e inevitabili
dissidi le cui origini avevano lontanissime radici.

Avevano due caratteri perfettamente complementari e
ormai vivevano in assoluta simbiosi.

Il primo chiarore dell’alba le sorprendeva già in piedi,
ordinate e vestite di tutto punto, le lunghe trecce
bianche raccolte in uno chignon fatto di gesti rapidi e
sapienti, gesti antichi. Quando il profumo di caffè non
aveva ancora abbandonato le tre stanze di cui era
composta la casa, le anziane donne solevano
raccogliersi in preghiera raccomandando l’anima a Dio
perché anche quel giorno trascorresse senza traumi.
Poi un po’ di spesa, sempre quella, e brevi ma accurati
preparativi per i loro semplici pasti.

Il pomeriggio lo passavano cucendo e ricamando, ogni
giorno un po’ di meno per via della vista che piano
piano se ne andava.

Questi erano i loro ritmi puntualmente scanditi
dall’antico pendolo – un tantino inquietante – che
conservavano come una reliquia in salotto. Aspettavano
con ansia la domenica per la messa, per le quattro
chiacchiere con le altre vecchiette del quartiere e per
le pastarelle che solo una volta alla settimana si
potevano concedere.

Come Enrica aveva supposto, Antonia si trovava in
giardino con quel suo buffo cappello di paglia sulla
testa, vecchio almeno quanto lei, e con i guanti ormai
lisi e tutti bucherellati – cosa li indossava a fare dal momento che erano
tutti rotti? – e di certo non si aspettava la notizia che
stava per darle.

Indovina Antonia: sai chi ha telefonato poco fa? –
Senza neanche voltarsi e fingendo indifferenza,
Antonia fece segno di no con la testa ma Enrica, che la
conosceva fin troppo bene, sapeva che la sorella stava
facendo di tutto per celare l’impazienza e la voglia di
conoscere il nome di quel misterioso quanto raro
personaggio. Antonia stava passando rapidamente in
rassegna tutte le persone che potevano telefonare a
casa loro: Padre Bruno aveva già chiamato la settimana
precedente e quindi per almeno un mese non si sarebbe
fatto sentire; con Adele si erano già incontrate in
chiesa e il parentame sparso non si faceva mai sentire.
Dunque chi poteva essere? Vinta dalla curiosità, ma
senza dare troppa soddisfazione alla sorella, si risolse a
chiederle il nome .

Alessandro! Pensa Antonia, ha telefonato proprio lui, in
persona, e ha detto che la settimana prossima sarà qui e
vorrebbe passare un’intera serata insieme a noi. Non è
fantastico?

Il consueto tremore delle mani di Antonia si fece
appena più evidente mentre un sorriso le illuminava il
volto. Alessandro, il nipote prediletto, il quasi-figlio che
quasi avevano allevato, stava per arrivare. Non poteva
crederci e in uno slancio improvviso si ritrovò
abbracciata alla sorella.

Non aveva importanza che Alessandro non si facesse quasi
mai vedere né sentire – del resto con quel lavoro che
faceva, così importante … – l’essenziale era che stesse per
arrivare.

In un turbinio di gesti, sovrastando l’una la voce
dell’altra, concitatamente iniziarono a pensare al da
farsi. Era essenziale una pulitina alla casa, soprattutto
alle tende, così ingiallite, e quei copri-divano ormai lisi
e tristi … Senza parlare dei centrini di merletto; tanto
per rifarli ci sarebbe voluto un attimo! E poi il menu,
non andava affatto trascurato il menù; in fondo
mancava una sola settimana.

I giorni volavano in preparativi via via più frenetici;
sembrava quasi che le due sorelle stessero organizzando
un matrimonio, tanta era la cura minuziosa che
mettevano in ogni più piccolo dettaglio. Tutto il vecchio
quartiere ne era al corrente e quasi quasi l’attesa aveva
coinvolto un po’ tutti. Ci si chiedeva chi fosse mai questo
nipote tanto atteso.

Alla vigilia del giorno convenuto tutto era pronto:
avevano lavorato alacremente in cucina perché fosse
tutto fatto in casa e secondo i gusti della famiglia di
Alessandro. Come antipasto avrebbero servito dei calzoncelli
ripieni – la passione della moglie  – e pomodori
farciti con zucchine e scamorza. Qua e là avrebbero
aggiunto qualche stuzzichino saporito soprattutto per
invogliare i più piccoli. Avrebbero poi servito una pasta
fredda con verdure grigliate e una crema verde (in
fondo anche loro avrebbero dovuto mangiare qualcosa).
Infine avevano previsto degli spiedini di agnello con
couscous accompagnati da un’insalata mista con
tarassaco.

Non sarebbe mancata, poi, la vera passione di Alessandro: la
crostata di pesche al vino rosso che mangiava fin da piccolo.

Non restava che pensare ai vini e alle cose che necessariamente si sarebbero dovute fare solo all’ultimo minuto.

Le rose, disposte su tutti i vasi disponibili, erano naturalmente quelle di Antonia.

Arrivò il gran giorno; Enrica e Antonia si erano alzate
ancora prima del solito e ognuna per sé ripassava nella
mente i propri compiti. Insieme si recarono dal
parrucchiere – quant’era che non lo facevano? – e si
fecero fare anche le mani. Si sentivano come due
adolescenti e a volte ridevano, eccitate, per delle inezie.
Verso le quattro del pomeriggio il telefono squillò e fu
Antonia a rispondere.

Certo, capisco. No, non devi fartene uno scrupolo, non 
avevamo ancora preparato niente, figurati… Sai che 
puoi venire quando vuoi, la casa è sempre aperta.
Senz’altro, Enrica te la saluto io. Ciao, un bacio ai 
ragazzi.

Uno sguardo a Enrica e poi uno in direzione della cucina,
da dove provenivano tutti quei profumi dimenticati.

Lentamente, in silenzio, cominciarono a far tornare la casa quella di sempre.

Riposta la tovaglia delle grandi occasioni, sul tavolo non rimaneva che quel vaso con le rose che avevano già cominciato, adagio, ad appassire.